![]() |
ECOLOGIA POLITICACNS - rivista
telematica di politica e cultura n. 3 - settembre-dicembre 1999, Anno IX, fasc. 27 |
|
INDICE |
NOTIZIE E SEGNALAZIONI | |
|
1. Il CIRMS (Centro Interdipartimentale di Ricerca in Metodologia delle Scienze) della Università di Roma "La Sapienza" di Roma organizza, nell'anno accademico 1999-2000 un Ciclo di Seminari sul tema Ambiente, economia, energia. I seminari si terranno presso il DIPARTIMENTO DI STUDI FILOSOFICI ED EPISTEMOLOGICI: Villa Mirafiori, Via Carlo Fea 2, Roma 4 Novembre 1999 Piero Bevilacqua - Le Trasformazioni ambientali del '900. Per informazioni rivolgersi al Direttore, Prof. Giorgio Di Maio, Dipartimento di Chimica,
2. CENTRO DI STORIA DELL'AMBIENTE - Fondazione Luigi Micheletti, Brescia.Il 26 ottobre u.s., la Fondazione Luigi Micheletti ha inaugurato il <Centro di storia dell'ambiente>, di cui riportiamo il documento programmatico. Il Centro si prefigge di coprire un campo di studi finora fortemente sottovalutato in Italia, cui Ecologia politica-Cns attribuisce un grande peso, come testimonia questo numero della rivista che alla storia ambientale-ecologica dedica ampio spazio con i saggi di Giorgio Nebbia e James O'Connor. "Il Centro di Storia dell'Ambiente promosso dalla Fondazione Luigi Micheletti è sorto sulla base di alcune semplici considerazioni: Tali considerazioni giustificano, a nostro avviso, un progetto di lungo periodo, un'attività continuativa di documentazione e ricerca destinata a diventare uno degli assi portanti del nostro istituto che riteniamo abbia i requisiti necessari per affrontare un campo di studi in buona misura inedito. Per quanto riguarda la documentazione, le credenziali derivano dall'averla costantemente privilegiata, rispetto alla pur necessaria attività di promozione culturale, raccogliendo e sistematizzando una pluralità di fonti: archivistiche, bibliografiche, fotografiche, cinematografiche, ecc., sino a costituire un'autentica mediateca sul Novecento. In questo ambito un nucleo di particolare rilievo è costituito dai censimenti di archeologia industriale, incluse macchine e processi produttivi. A titolo indicativo segnaliamo che l'emeroteca della Fondazione raccoglie più di 9.000 testate, con una consistente presenza di collezioni di riviste tecnico-scientifiche. Le schede sul patrimonio storico-industriale (edifici e macchine) compongono una banca dati con molte migliaia di items. Alla storia dell'ambiente in età contemporanea la Fondazione Luigi Micheletti ha cominciato a dedicare attenzione dagli inizi degli anni Novanta con una serie di seminari di taglio interdisciplinare e impostando le prime ricerche. Ricordiamo in particolare quella sull'Acna di Cengio (SV), i cui risultati sono stati parzialmente pubblicati nel volume Una storia ad alto rischio. L'Acna e la Valle Bormida, EGA, Torino, 1996; la storia, in corso di completamento, dello stabilimento Caffaro di Brescia; la prima fase del censimento delle industrie storiche italiane ad alto impatto ambientale - con finanziamento Murst, L. 113/91. Sul piano didattico, oltre che con iniziative di carattere locale, la questione ambientale è stata affrontata con il concorso nazionale La nuova "città del sole", dedicato a prodotti multimediali di ogni ordine di scuola, giunto alla III edizione e promosso in collaborazione con il Museo dell'Industria e del Lavoro "Eugenio Battisti", l'Associazione Internazionale per lo Studio delle Utopie (AISU), la Società Italiana per il Progresso delle Scienze (SIPS), l'Ente Nazionale Energie Alternative (E.N.E.A.)- Progetto Internet Scuola. Il Centro di storia dell'ambiente, considerata la mole del patrimonio documentario in corso di acquisizione, ha trovato ospitalità a pochissima distanza dalla Fondazione in uno stabile di proprietà dell'Amministrazione Provinciale di Brescia, lo storico palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza, tramite apposita convenzione con l'Assessorato alla Pubblica Istruzione, mentre anche il Comune, attraverso l'Assessorato all'Ecologia, ha garantito il suo sostegno. Le scaffalature sinora approntate consentono la sistemazione di 35.000 volumi, oltre a quella di varie centinaia di faldoni d'archivio. Attualmente sono affluiti al Centro alcuni fondi minori, tra cui molto interessante quello del dott. Cottinelli, pretore a Brescia negli anni '70, nonché due fondi di notevole rilievo: quello dell'ex ATB (grande azienda siderurgica e meccanica bresciana) con una notevolissima collezione di riviste tecniche risalenti agli inizi del secolo; il fondo Laura Conti con una biblioteca di circa 6.000 volumi e alcune decine di faldoni d'archivio. Tra le acquisizioni in corso di definizione segnaliamo, su autorizzazione del titolare, l'importantissimo fondo bibliografico e archivistico di Giorgio Nebbia, che è stato anche il principale ispiratore e referente del nostro Centro di storia dell'ambiente. Il prof. Nebbia è altresì direttore della rivista telematica "AltroNovecento. Ambiente-tecnica-società" che sarà disponibile in Internet dal novembre '99, e che viene promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti, assieme a Stoà, Internet Scuola e Quipo provider. La rivista darà conto tempestivamente delle attività del Centro, sia per quanto attiene la documentazione e le ricerche che per la divulgazione e la didattica. Tra i programmi immediati segnaliamo le operazioni di ordinamento del fondo Laura Conti e l'organizzazione di un seminario di studi, finalizzato a metterne in luce l'apporto per quel che riguarda la questione ambientale ma anche l'attività in campo politico nello studio del periodo della Resistenza e della II guerra mondiale, in perfetta sintonia con le tematiche che caratterizzano la Fondazione nel panorama degli istituti italiani di cultura." 3. IL PATTO TERRITORIALE DELL’AGRO NOCERINO-SARNESELo strumento Patto territoriale ha avuto il suo riconoscimento legislativo nel 1995 e da quella data è stato l’elemento centrale delle politiche di sviluppo economico dei governi di centro-sinistra. Il fulcro dell’azione dei patti territoriali sta nel cosiddetto "sviluppo dal basso", ovvero, far si che i processi in ordine alle scelte economiche e produttive del territorio siano il frutto di un coinvolgimento dei soggetti economici, istituzionali, sindacali e sociali che agiscono sul territorio. Non più la cultura del chiedere e dell’assistenzialismo ma quella del fare, della responsabilità e della condivisione delle scelte. Una tale impostazione ha sicuramente dei pregi rispetto a politiche basate su interventi a pioggia o su programmi improvvisati, eppure quella dei patti è la riproposizione nel locale della logica della globalizzazione economica, dove ogni aspetto dell’essere umano diventa risorsa e merce. Se si può in qualche modo condividere la premessa va completamente rigettata la prospettiva: ci si organizza dal basso, coinvolgendo gli attori del territorio, "per poter competere sui mercati internazionali". Lo scopo dei patti non è quello di ripartire dai bisogni reali delle comunità locali, ma - in nome di un generico concetto di lavoro - alimentare la dimensione della competitività esasperata sia sui mercati nazionali che mondiali. La logica diventa tanto più perversa se si pensa che che è l’intero territorio a diventare una grande fabbrica da sviluppare nel modo più efficiente e competitivo possibile e non più solo spezzoni di società (come nel periodo fordista con la classe operaia). A tal proposito è bene citare cosa scrivono in un loro libro due fautori dello sviluppo dei patti territoriali: Occorre quindi capire che il riapparire della centralità del locale dipende essenzialmente dalla nuova centralità assunta dal territorio nelle dinamiche produttive, perché il teritorio come fabbrica diventa l’ambiente in base al quale si può competere. Oggi infatti, si compete attraverso sistemi territoriali, non più soltanto tra imprese: è il sistema territoriale nel suo insieme che compete nella dimensione globale, proprio perché il territorio è diventato quell’ambiente strategico funzionale ad alimentare sia il processo produttivo sia la gara competitiva" (G. De Rita – A. Bonomi, Manifesto per lo sviluppo locale, Bollati Boringhieri, 1998) A fare le spese di una siffatta prospettiva sono le reti di solidarietà presenti nella società e l’ambiente naturale ed agricolo base stessa della riproduzione della vita e della socialità. Se guardiamo alle esperienze del passato e pensiamo ai vari distretti industriali esistenti in Italia (Modena, Reggio, Bologna, Carpi, Sassuolo, Prato ecc.), si può facilmente notare che non sono oasi felici: inquinamento, malattie professionali, malessere e disagio sociale sono molto diffusi. Interi territori sono stati definitivamente distrutti e sottratti ad una dimensione dove relazioni umane e sociali e prospettiva ecologica abbiano cittadinanza. Gli elementi sopra analizzati precedenza si ritrovano chiaramente nel Patto dell’Agro Nocerino-Sarnese, già partito da alcuni mesi, che presenta alcune peculiarità rispetto al panorama nazionale. Esso viene "venduto" come patto innovativo dato che all’interno dello stesso ci sono alcuni protocolli aggiuntivi, quali quello sociale e ambientale, che guarda caso sono stati i primi ad essere finanziati. In realtà, analizzando bene i vari interventi si scopre che la direzione di fondo è sempre la solita: quella industrialista. Enormi aree saranno destinate agli insediamenti industriali e questo in un territorio dove le montagne franano dove, il territorio negli ultimi quaranta anni è stato devastato dalle grosse opere infrastrutturali, dove ci sono i fiumi che annualmente inondano campagne e città, dove il manto arboreo delle montagne e delle colline è ormai inesistente a causa dei ripetuti incendi, dove vi è la presenza impressionante di cave, molte delle quali divenute discariche abusive, dove i fenomeni di marginalizzazione e frantumazione sociale sono in pericoloso aumento. La logica è quella di partire dallo sviluppo industriale, il resto verrà da sé: se verranno gli imprenditori ad investire e crere ricchezza, poi possiamo discutere di altre cose, anzi quelle stesse cose saranno automatiche. Non importa se poi le imprese con fondi della Regione, dello Stato e dell’UE assumono i giovani pagandoli il trenta per cento in meno di quanto previsto dal contratto nazionale del lavoro, o se inesorabilmente verranno distrutte quelle poche aree agricole rimaste, che comunque rappresentano un patrimonio unico al mondo quanto a tipologia di terreno e fertilità. Due aree identificate come PIP (Piani di Insediamento Produttivo) nel patto, una a Fosso Imperatore, l’altra tra S. Marzano, Scafati e Angri ed altre parallele, che comunque beneficeranno dei finanziamenti del patto, come quella mastodontica di Sarno (1200000 metri quadri) e quella di Casarzano di Nocera Inferiore (500.000 metri quadri) fanno del Patto la più grande devastazione del territorio che l’Agro abbia mai subito. Il patto dell’Agro, lungi dall’essere uno strumento di partecipazione dal basso è diventato una macchina distributrice di finanziamenti che ha eliminato qualsiasi tipo di conflittualità. In cambio di qualche miliardo, alcune delle grosse organizzazioni sociali e sindacali ( senza fare nome Caritas, Legambiente, Arci….) hanno definitivamente rinunciato a quegli elementi che per anni le hanno contraddistinte e cioè, autonomia politica, innovazione di rappresentanza sociale, pungolo e critica all’orizzonte non si vede nessuna serena analisi degli elementi strutturali di ingiustizia legati alla globalizzazione, di cui i patti sono uno degli strumenti. Per contrastare questa deriva urge ripartire dai bisogni reali delle nostre comunità, elaborare un progetto di economia locale ed ecologica interconnessa con il tessuto sociale dove gli elementi fondanti siano la qualità della vita, la riconversione ecologica delle produzioni agricole industriali ed energetiche, la riproduzione di socialità attraverso reti formali ed informali di relazioni, la partecipazione democratica dal basso. Certo, a sinistra bisogna in qualche modo mettere in discussione quel concetto di lavoro ritenuto valore assoluto. Gli stessi fautori dei Patti dicono che esso porterà lavoro, e forse in parte è vero. Ma il LAVORO vero non può essere disgiunto dai suoi scopi. Il lavoro di cui abbiamo necessità non deve rispondere alla logica del profitto della globalizzazzione economica ma deve essere legato alla soddisfazione dei bisogni reali delle nostre comunità e delle future generazioni per la costruzione di una societa’ ecologicamente e socialmente sostenibile. |
||
INDICE |
||